Il presidente pop
Esattamente un anno dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Barack Obama ha deciso di brandire i forconi e per il 2010 promette di adottare toni e retorica populisti. A grande richiesta, la strategia della Casa Bianca è cambiata. I sondaggi non sono più entusiasmanti, la magia è svanita, l’opposizione è rinata. A novembre ci saranno le elezioni di metà mandato e il rischio di una clamorosa sconfitta è alto. Da qui la svolta. Leggi Nuove barbarie d’America
9 AGO 20

Esattamente un anno dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Barack Obama ha deciso di brandire i forconi e per il 2010 promette di adottare toni e retorica populisti. A grande richiesta, la strategia della Casa Bianca è cambiata. I sondaggi non sono più entusiasmanti, la magia è svanita, l’opposizione è rinata. A novembre ci saranno le elezioni di metà mandato e il rischio di una clamorosa sconfitta è alto. Da qui la svolta.
Obama aveva cominciato alla fine dell’anno scorso a prendere di mira i pezzi grossi delle banche, gli Scrooge e i cattivoni della crisi finanziaria del 2009. L’operazione politico-mediatica è risultata poco credibile perché la sua Casa Bianca, così come quella di Bush, ha sganciato assegni miliardari per salvare gli stessi istituti finanziari che avevano provocato la crisi. Obama ha provato a imporre dei tetti alle retribuzioni dei manager delle società aiutate dallo stato, ha tuonato contro i bonus di fine anno ai dirigenti, ma per l’opinione pubblica è rimasto il presidente che ha usato i soldi dei contribuenti per fornire un paracadute ai responsabili del disastro.
Obama non poteva fare altrimenti e, del resto, ha seguito la strada tracciata dal suo predecessore e da Ben Bernanke e Tim Geithner, a cui Bush aveva affidato il compito di contenere la crisi del 2009. Il contenimento della crisi finanziaria probabilmente è il suo miglior risultato da quando è stato eletto, visto che la paura di una nuova grande depressione è passata. Politicamente, però, le sue mosse non hanno pagato, almeno finora. Le banche hanno ripreso a macinare profitti (un’eccezione è Citigroup), ma la disoccupazione è salita al 10 per cento. In questo clima post apocalittico proliferano i gruppi più arrabbiati del mondo conservatore, mentre i democratici sono costretti a sostenere le politiche economiche presidenziali e a difendere con le unghie i loro seggi. Obama ha a lungo rifiutato di perdere la sua proverbiale calma, di mostrarsi infuriato o guidato dal sacro fuoco populista. Non è nelle sue corde, ma ora ha cambiato idea. Prima ha imposto una tassa alle banche, poi ha accusato i repubblicani di curare gli interessi dei poteri forti invece che della povera gente. Nel consueto discorso radiofonico ha aumentato la retorica anti banche e il portavoce Robert Gibbs ha annunciato altre uscite di questo tipo nei prossimi giorni. Ma per un’icona pop non è facilissimo trasformarsi in un presidente populista.
Leggi Nuove barbarie d’America
Obama aveva cominciato alla fine dell’anno scorso a prendere di mira i pezzi grossi delle banche, gli Scrooge e i cattivoni della crisi finanziaria del 2009. L’operazione politico-mediatica è risultata poco credibile perché la sua Casa Bianca, così come quella di Bush, ha sganciato assegni miliardari per salvare gli stessi istituti finanziari che avevano provocato la crisi. Obama ha provato a imporre dei tetti alle retribuzioni dei manager delle società aiutate dallo stato, ha tuonato contro i bonus di fine anno ai dirigenti, ma per l’opinione pubblica è rimasto il presidente che ha usato i soldi dei contribuenti per fornire un paracadute ai responsabili del disastro.
Obama non poteva fare altrimenti e, del resto, ha seguito la strada tracciata dal suo predecessore e da Ben Bernanke e Tim Geithner, a cui Bush aveva affidato il compito di contenere la crisi del 2009. Il contenimento della crisi finanziaria probabilmente è il suo miglior risultato da quando è stato eletto, visto che la paura di una nuova grande depressione è passata. Politicamente, però, le sue mosse non hanno pagato, almeno finora. Le banche hanno ripreso a macinare profitti (un’eccezione è Citigroup), ma la disoccupazione è salita al 10 per cento. In questo clima post apocalittico proliferano i gruppi più arrabbiati del mondo conservatore, mentre i democratici sono costretti a sostenere le politiche economiche presidenziali e a difendere con le unghie i loro seggi. Obama ha a lungo rifiutato di perdere la sua proverbiale calma, di mostrarsi infuriato o guidato dal sacro fuoco populista. Non è nelle sue corde, ma ora ha cambiato idea. Prima ha imposto una tassa alle banche, poi ha accusato i repubblicani di curare gli interessi dei poteri forti invece che della povera gente. Nel consueto discorso radiofonico ha aumentato la retorica anti banche e il portavoce Robert Gibbs ha annunciato altre uscite di questo tipo nei prossimi giorni. Ma per un’icona pop non è facilissimo trasformarsi in un presidente populista.
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